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Archivio per la Storia delle Donne

vol. VI

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Pagine: 264

Collana: Archivio per la Storia delle Donne

ISBN: 978-88-6124-084-1

Prezzo: € 26,00

Confezione: Brossura

A cura di: Adriana Valerio

Editore: Il pozzo di Giacobbe

Già nel 1994, all’interno di una riflessone sull’abituale attività oratoria femminile, ebbi modo di segnalare l’esistenza di una predica di suor Cherubina Borgianni, badessa del monastero di Santa Chiara in Firenze nella prima metà del Cinquecento. Oggi, finalmente, alla giovane studiosa Maria Concetta Masiello dobbiamo la scrupolosa edizione critica di quel sermone sulla Natività (Il sermone della clarissa Cherubina Borgianni, 1473-1554). Suor Cherubina dimostra di possedere una buona conoscenza delle Sacre Scritture: diverse volte richiama passi bibliche, quasi sempre in latino; con sostanziale fedeltà presenta gli episodi sacri, arricchendoli di commenti edificanti. La badessa si concentra in particolare sul Nuovo Testamento: la nascita di Gesù, narrata dagli evangelisti Matteo e Luca, costituisce il fulcro delle sue meditazioni, anche se tra i due racconti evangelici ella predilige quello di Luca, che pone la Natività al centro di due annunci salvifici di forte simbolismo: di Gabriele a Maria (Lc. 1, 38) e dell’angelo ai pastori (Lc. 2, 10-11). Nella predica ricorrono anche alcuni richiami a brani veterotestamentari, presi per lo più dai Salmi e dal libro del profeta Isaia, adattati però alle esigenze dell’esposizione. Questo documento, raro nel suo genere, amplia le possibilità di ricerca sulla poco conosciuta letteratura omiletica femminile, nella quale si incontrano in modo singolare approccio biblico e funzione pastorale.

Di altro tenore sono le testimonianze riportate da Elena Taddia su casi di infanticidio nella Genova dei primi del Settecento (Una voce di donna negli archivi criminali genovesi. L’accusa di infanticidio ed incesto ad Angela Maria Noceta nel 1736). Nel fondo Criminalium Extraordinariorum, conservato presso l’Archivio di Stato di Genova, sono presenti gli incartamenti di diversi processi per infanticidio, risalenti al periodo 1701-1741, che vedono generalmente imputate donne ai margini: serve, mendicanti o lavoratrici saltuarie che vivono in città. Nella maggior parte dei casi queste donne hanno perso la propria verginità in seguito ad atti di violenza perpetrati da uomini che ruotano attorno all’ambito domestico o lavorativo: un domestico del padrone, un apprendista, un parente o un prete. Accusata nel 1736 di aver avuto rapporti incestuosi col cognato, nonché di infanticidio, Angela Maria Noceta depone – attraverso la trascrizione, e dunque il filtro, del cancelliere –, addentrandosi nei particolari più intimi in merito alla violenza subita, alla gravidanza che ne era conseguita ed allo stato di solitudine nel quale si era ritrovata al momento del parto. Per l’infanticidio, Angela è condannata a cinque anni di carcere e all’esilio di tre, mentre per l’incesto viene fustigata lungo un percorso prestabilito, che attraversava la città di Genova fino a giungere al Palazzo Criminale. La pratica della fustigazione ha lo scopo di esporre al massimo ludibrio la donna condannata, facendo sì che tutta la città possa assistervi, imprimendo all’imputata un marchio indelebile. Il seduttore incestuoso è invece condannato alla pena dell’esilio, della durata di cinque anni, di cui tre da passarsi su di una galera, in Corsica, terra in cui venivano inviati i criminali della Serenissima Repubblica di Genova.

Le difficoltà, cui si va incontro in una ricerca storica che ha per oggetto l’argomento sessuale, riguardano non solo la complessa materia relativa alla nascosta vita privata dei protagonisti, ma anche la non facile descrizione dello stesso oggetto d’indagine. Per questa difficile analisi, Annalisa Vandelli, a volte con spregiudicata interpretazione, utilizza fonti modenesi del XVII secolo presenti nell’Archivio di Stato della città (Promessa di matrimonio, stupro e prostituzione in Modena Capitale). I documenti presi in esame fanno parte del fondo dell’Inquisizione e di quello della Cancelleria ducale e illustrano ampiamente la varietà della vita sessuale dei cattolici modenesi, condizionati dal forte impulso moralizzatore avviato all’indomani del Concilio di Trento. Le questioni relative alla sessualità in seno al matrimonio, ma anche le valutazioni di natura etica e giuridica del concubinato, della violenza sessuale, della prostituzione sono chiari indicatori di un mutamento culturale che, intorno alla codificazione del matrimonio e dei ruoli sessuali, pretende di informare il costume di uomini e donne su precise coordinate comportamentali, al fine di delimitare al massimo atti e comportamenti ritenuti illeciti.

Cristiana Dobner, con fine sensibilità, ci rende partecipi dell’incontro tra la filosofa Julia Kristeva e la mistica Teresa d’Avila (Julia Kristeva sotto il segno di Teresa d’Avila): un “intreccio di fili paralleli”, un dialogo – sia pure a distanza si secoli - continuo e diretto. Julia Kristeva è come magnetizzata dalla tematica mistica e da quella teresiana in particolare, perché ritiene che Teresa sappia dare un nome all’incontro con Dio e con la storia. Ella cerca di comprendere se stessa attraverso il tentativo di penetrare nell’anima di Teresa, ritenendo che quella straordinaria esperienza religiosa possa dare un contributo significativo al rinnovamento in atto nella cultura europea. Julia Kristeva avverte in Teresa la ribelle e il genio, in quanto dimostratrice dell’esistenza di un altro mondo, «quello della vita interiore come amore infinito». La sua soggettiva esperienza spirituale di donna colpita dall’irruzione di Dio nella sua vita diventa manifestazione per molti della possibilità di fondare in questo mondo l’interiorità di un amore assoluto, altrimenti irrealizzabile. Dalla sua posizione di ateismo vissuto e praticato, Julia Kristeva riconosce un’alterità che si celebra «con il nome di Dio in noi, o, per dirlo diversamente, l’Altro è in noi».

Giuseppina Scognamiglio ci introduce nell’atmosfera magica della rappresentazione teatrale con un gustoso saggio su di un’opera del 1781 composta da Pietro Napoli Signorelli, «La Tirannia domestica ovvero La Rachele», commedia in cinque atti, nella quale l’autore napoletano vuole attirare l’attenzione su uno degli abusi ancora presenti nella società del Settecento: la monacazione forzata. Il Napoli Signorelli tratta l’argomento della monacazione forzata sia per combattere i pregiudizi, sia per condannare la pretesa di possesso dei figli da parte dei genitori. Attraverso i suoi personaggi, egli si ribella alla violazione della libertà di Rachele e si mostra intellettuale insofferente verso le ipocrisie della società in cui vive e le violenze continue e persecutorie consumate tra le pareti domestiche, a danno soprattutto delle donne.

Chiude il volume l’attenta rilettura critica di Ugo Dovere, di un famoso caso storico e letterario dell’Ottocento: I misteri del chiostro napoletano (Enrichetta Caracciolo di Forino al Ritiro Mondragone di Napoli). Religiosa del monastero di San Gregorio Armeno, la Caracciolo narra del suo lungo cammino di affrancamento dal potere delle istituzioni ecclesiastiche per conseguire l’emancipazione da una condizione monastica non voluta, ma impostale per meri motivi di opportunità familiare. L’adesione di Enrichetta agli ideali risorgimentali l’aiuterà a raggiungere l’agognata libertà. Sulla base di una diversa documentazione di fonti inedite di archivio, Ugo Dovere afferma che molte «testimonianze documentali non concordano con il racconto, che appare grossolanamente manipolato da chi ne ha curato la redazione per la stampa con intenti ideologici evidenti, collegati al contestuale dibattito politico-risorgimentale che si sviluppava in Europa». Vittima più delle logiche familiari che della Chiesa del suo tempo, Enrichetta Caracciolo appare, in questa inedita ricostruzione, donna inquieta e volubile, duttile strumento da utilizzare nella polemica antiecclesiastica di fine Ottocento.

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Fondazione Pasquale Valerio per la Storia delle Donne - Vico Luperano, 7 - 80135 - Napoli - NA - Italia
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